Chi è appassionato o segue da vicino il calcio, saprà che dopo la sconfitta in Supercoppa di Spagna contro i rivali storici del Barcellona, Xabi Alonso, allenatore del Real Madrid, è stato esonerato.
Nulla di nuovo, direte fin qui; cose che succedono nel mondo del calcio, quasi all’ordine del giorno, anche se meno frequenti in caso di grandi club come il Real Madrid. Il tema centrale però sono i motivi che hanno portato all’interruzione anticipata del rapporto professionale tra Florentino Perez, Presidente dei Galacticos, e l’allenatore spagnolo, autore di un miracolo calcistico con il Bayer Leverkusen culminato con la vittoria della Bundesliga nella stagione 2023/2024, interrompendo un’egemonia decennale del Bayern Monaco (11 titoli consecutivi).
Xabi, infatti, arrivato come successore di Carlo Ancelotti alla guida del Real Madrid, non è mai riuscito a integrarsi all’interno dello spogliatoio dei Blancos: un ambiente costruito attorno a enormi stelle, stipendi talvolta faraonici e a tutte le conseguenze - positive e negative - di un modello che permette di allenare campioni straordinari, ma che può anche rendere alcuni di loro praticamente intoccabili.
Ed è qui che la storia smette di essere solo calcio. Perché quello spogliatoio assomiglia molto più di quanto si pensi a certi contesti aziendali ad alta complessità: team composti da top performer, individualità fortissime, aspettative altissime, pressione costante sul risultato e leadership continuamente messa alla prova.
Durante la puntata di lunedì 12 gennaio di Fontana di Trevi, noto format in onda in diretta tutti i lunedì sul canale Youtube di Cronache di Spogliatoio, testata giornalistica che utilizza esclusivamente i social per diffondere i propri contenuti e oggi al 1° posto nel ranking dei media italiani che generano più interazioni sulle piattaforme social, il giornalista Giuseppe Pastore ha sintetizzato perfettamente questo passaggio: “In certi club non servono gli allenatori, ma servono molto di più dei gestori di risorse umane, dei manager, dei diplomatici. L’allenatore di campo ormai, in spogliatoi in cui è richiesta dell’applicazione tattica, va a sbattere, perché si va a confrontare presto o tardi con egoismi o pigrizie di gente che si lamenta quando viene sostituita, che non ti rivolge più la parola, che ti fa chiamare dal procuratore qualsiasi cosa succeda; e l’allenatore diventa quindi un uomo solo, e siccome in certi ambienti si viene giudicati dai risultati, anche un allenatore come Xabi Alonso, arrivato con credenziali enormi, viene divorato nel tritacarne.”
Tradotto fuori dal linguaggio calcistico, il messaggio è piuttosto chiaro: oggi guidare persone significa molto più che essere competenti tecnicamente. Significa gestire equilibri, aspettative, motivazioni, frustrazioni. Significa essere mediatori prima ancora che decisori.
Per anni nel calcio l’allenatore è stato soprattutto un uomo di campo. Il focus era la tattica, lo schema, la preparazione tecnica. La gestione dello spogliatoio era importante, certo, ma secondaria. Oggi questo equilibrio si è spostato radicalmente. Se ieri il mestiere dell’allenatore era fatto per il 75% di campo e per il 25% di gestione, oggi questa proporzione si è praticamente azzerata, e in alcuni contesti si è addirittura ribaltata.
Ed è un passaggio che non riguarda solo lo sport. È lo stesso spostamento che stiamo vedendo nel mondo delle organizzazioni: la complessità umana pesa quanto - se non più - di quella tecnica. Perché puoi avere le migliori strategie, i migliori processi, le migliori tecnologie, ma se non riesci a far funzionare le persone insieme, il sistema si inceppa.
Pietro Valdes, CEO W Executive: Da appassionato di sport mi colpisce quanto oggi la partita si giochi non solo in campo, ma anche fuori: nella gestione delle persone, delle pressioni, delle aspettative. È una lezione continua anche per chi guida aziende. Non esistono modelli perfetti, esiste solo la capacità di rimettersi in discussione e adattare la leadership a contesti sempre più complessi.
Sono finiti i tempi in cui una società proteggeva l’allenatore a ogni costo. Oggi alcuni calciatori sono veri e propri brand viventi, con un potere che va oltre il campo e, in certi casi, oltre il club stesso. Anche questo non è solo calcio: è il riflesso di un mondo del lavoro in cui il talento è mobile, consapevole del proprio valore e sempre meno disposto ad adattarsi passivamente ai modelli tradizionali di leadership.
Forse allora la vera evoluzione non riguarda soltanto gli allenatori, ma il modo stesso di intendere la leadership.
Che tu gestisca uno spogliatoio o un team aziendale, la partita oggi si vince sempre meno con lo schema perfetto e sempre più con la capacità di far funzionare le persone insieme.
Ed è probabilmente questa la competenza più sottovalutata - ma più decisiva - del lavoro contemporaneo.